L'espressione, la generosita', non il corpo

L'auto rimpicciolisce via. Intorno ho solo colline basse, terra rugginosa e cespugli secchi come quelli dei film western. Da stamattina ho rimediato tre autostop, ho percorso seicentocinquanta chilometri, e ho ricevuto una proposta di matrimonio da un tizio che ha detto di essere un ex-terrorista dell’Eta. Sono stanca.
Sono gia' le cinque, lo zaino è sempre piu' pesante, e sono ancora in mezzo a questa specie di deserto. Sono davvero stanca.
Una strada viene da Madrid, una porta a Barcellona e una a Siviglia. Dove vorrei arrivare io.
La stazione di servizio, circondata da un basso muretto, e' la caricatura di un fortino pronto a respingere gli assalti degli indiani.
All'interno le tapparelle sono abbassate, le luci accese, e un uomo anziano spazza tra i tavoli. L'aria condizionata sembra un motore imballato. Mi avvicino al bancone e mi libero dello zaino. L’uomo appoggia la scopa e viene al bar.
" Agua por favor." Lui resta immobile e non succede nulla. Io maledico ancora una volta l'idea del viaggio in Spagna: " ¿Agua, entiende?". Stavolta scandisco bene le parole.
Lui, lento, prende un bicchiere, lo passa sotto al rubinetto e lo appoggia davanti a me. Senza dire niente. Io ho le croste in gola e trangugio tutto in un secondo. Lui sta già tornando alla sua scopa ma ne voglio un altro: "Señor, por favor."
Mi fissa infastidito: "Agua, sólo agua. Aquí no se vende nunca nada."
Credo si stia lamentando, ma lo stesso viene e mi riempie ancora il bicchiere. Mia madre aveva ragione, sarei dovuta andare a Rimini con lei. Pensione spiaggia, spiaggia pensione, passeggiate serali sul lungomare.
Fuori una macchina pesta la polvere e si ferma. Poco dopo la porta si spalanca e un uomo entra: "Hola."
"¿Qué desea señor?"
"Una cerveza helada por favor." Il vecchio pare muoversi più in fretta ora.
L'uomo si avvicina al bancone, io gli faccio spazio. E' alto, con i capelli raccolti a coda, e un po' di pancetta. Ha la camicia nera aperta sul collo e sotto le ascelle degli aloni testimoniano che in auto non ha il condizionatore.
Mi guarda dalle scarpe da ginnastica fino all’elastico nei capelli. Penso di non essere un bello spettacolo dopo una giornata di sedili puzzolenti. Ma lui mi sorride: "Hola chica. ¿De dónde vienes?"
Ripasso mentalmente il mio spagnolo: "Soy Italiana. Tengo amigos a Sevilla." Col cavolo gli dico che sono una studentessa: nella testa degli spagnoli è tradotto automaticamente come la do via subito.
"Me gustan a los italianos. Siempre listos a divertirse." Ecco sta già pensando a me, sulla sua macchina scassata, a cavalcioni su di lui. Mia madre me l'aveva detto che non sarei dovuta andare da sola.
La birra arriva, lui l'afferra e la butta giù. Dopo libera una risata e mi indica al vecchio: "Otras dos cervezas."
Io sto al gioco perché vorrei un passaggio e non posso fare troppo la schizzinosa. Cerco di essere gentile e faccio conversazione: " ¿Qué haces en la vida?"
Lui si liscia i capelli all'indietro: "Soy un bailarín de Flamenco. ¿No se ve?"
Questa poi, un ballerino di Flamenco. Pensando a Joaquin Cortes me lo sarei immaginato con meno pancetta, un ballerino di Flamenco.
"¿No me crees tú?" Poi si tocca la pancia e continua, "No es importante ser delgado para bailar el Flamenco."
Mi guardo le punte delle scarpe. Se pure lui dice che non è importante essere magri per ballare il Flamenco, continuo a pensare che Cortes questi rotolini non li ha.
Due coppie di ragazzi entrano nella stazione. Il vecchio abbozza addirittura un sorriso. Forse i ragazzi saranno la mia salvezza e arriverò a destinazione senza il ballerino. Schiamazzano, ridono, e io mi sento troppo lontana da casa. Forse da Rimini.
Adesso l'uomo è serio. L’avrò offeso? Si libera i capelli scuri dalla coda e li lascia ricadere sulle spalle. Poi si gira e colpisce il pavimento con i tacchi. Tum Tum. Due volte. Intorno si fa silenzio.
Indossa degli stivaletti neri. Un momento d’immobilità e inizia a battere alternativamente tacco e punta. Sembra intonare un motivo. Di scatto si volta di nuovo verso me e alza le braccia cominciando a battere le mani a ritmo con i piedi. Qualcuno dei ragazzi si siede, il vecchio smette di spazzare.
Il mento alto, fiero, la schiena dritta, gli occhi fermi oltre me. Continua a battere i tacchi, allunga le braccia a destra e sinistra con dei movimenti decisi. Inizia a schioccare le dita aggiungendo uno strumento all'orchestra.
Una delle ragazze si avvicina e, mani ai fianchi, inizia pure lei a battere i piedi e a girare intorno al ballerino di Flamenco. Sento un verso, un'incitazione: è il vecchio che tiene il tempo con le mani. Lei e lui danzano ma i loro sguardi non si perdono mai. I loro tacchi percuotono il pavimento insieme. Il ritmo diventa forsennato, gli attimi minuti. Pare non debbano finire mai eppure c’è un urlo, e un istante dopo i due sono immobili, come in un quadro, ad imprimere nell’aria i loro corpi.
Si sciolgono e tutti applaudono.
Il ballerino viene da me e fa un inchino leggero. Io rimango ebete a fissarlo. Stavolta mia madre non aveva ragione; se andavo a Rimini questo non capitava.
E poi si fa ancora più vicino, come se volesse sussurrarmi qualcosa:
"En el Flamenco lo que cuenta es la expresión, la generosidad, no el cuerpo. ¿Entiendes tú?"
Non sono sicura di aver capito, ma di certo qualcosa ho provato. Così faccio di sì con la testa.

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